Ho tirato il tambuccio e l’odore stantio salmastro è giunto ai nervi. Ho avvertito il leggero rollio e con la coda dell’occhio percepito il movimento di una maglietta stesa al pallido sole regalarmi senso di libertà e vita passarmi attraverso le vene e il pube. Le cime tese e sporche.
Ho tirato su i paioli e azionato la pompa di sentina, controllato il motore e le carte, fatto respirare l’ambiente, stappato la bottiglia di birra, ruttato sotto coperta.
Mi sono sdraiato assaporando il malto d’orzo sorridendo come un cretino, pensando che morire sul mare non è morire ma restituirsi.
Sono ritornato alla macchina e scaricato le provviste, il vino i superalcolici avendo cura di distribuire il carico.
Sono ritornato sul pontile di legno e aperto le vele, verificato le cime e caricato l’acqua dolce, sorriso ad un bambino con la faccia da ricco. La ricchezza sta nel dialogo col mare e il suo linguaggio, il rispetto della sua pelle camaleontica.
Il capitano Achab non esiste, esiste il rifugio.
mercoledì 23 luglio 2008
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2 commenti:
Passavo per criticarti ;-) ma parli di mare di vita di libertá di sorrisi e di morte e allora silenzio come quando si guarda il mare.
Kiss Xee
guarda dove cazzo sei finito... rivoglio amphetamineAnnie-dog!!!
Ma per mare c'è il reato di guida in stato di ebbrezza?
E al posto del palloncino cosa ti fanno gonfiare... una boa?
"C'è un boa nella canoa.
Speriamo che muoia" (Andrea Mingardi)
Mi manchi fratè.
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